giovedì 3 agosto 2017

NOTIZIE DAL MARE

ARMATORI IN CREDITO
Di Domenico Foglia


Potremmo chiamarlo "fermento in banchina?'" Forse sì, considerato il malumore che da qualche tempo serpeggia sui nostri porti.
E se gli armatori non sono sul cosiddetto "piede di guerra" poco ci manca. L'ultima diatriba, in ordine di tempo, riguarda l'annosa questione del fermo biologico,  per il quale ancora non vengono erogati i contributi degli anni precedenti. " Vi pare giusto", si chiedono  i pescatori, "imporre alla nostra categoria di fermare le imbarcazioni per questo 2017 quando c'è ancora da ricevere il risarcimento per il fermo pesca 2015 e 2016?"
La categoria insomma ritiene iniquo per il terzo anno consecutivo anticipare il sostentamento economico non solo per le loro famiglie ma anche per il personale imbarcato. E inoltre, dopo che l'indennizzo per il  2016 è stato messo a bando solo per la metà delle imbarcazioni interessate dal fermo, perché imporre di nuovo il blocco delle attività senza la certezza di poter prendere il proprio indennizzo? Insomma, se viene meno il concetto di "risarcimento garantito" per un'imposizione ministeriale, allora tale imposizione non può essere più accettata. Per tutto questo ed altro ancora, si discute in questi giorni tra le marineria di Marche, Abruzzo e Molise meditando anche azioni clamorose a difesa della loro attività.
Attività che, giova ribadirlo, soffre per tanti altri aspetti, economici e legislativi.
Troppi legacci, troppi vincoli, troppa burocrazia spesso difficile da comprendere, affliggono  ed impoveriscono oggi una categoria che fino ad un decennio fa godeva di fatturati di tutto rispetto.
Prendiamo ad esempio la questione della pesca al tonno. È durata appena dodici giorni la campagna per la cattura di questa pregiata e ricercata qualità. Motivo: le quote contingentate assegnate dalla Comunità Europea all'Italia si sono rivelate insufficienti ed esaurite in pochi giorni.
Anche  Giulianova  ha dovuto ovviamente adeguare la propria attività  a tali direttive. E poco alla volta allora spariscono pezzi di flottiglia che fino ad alcuni anni fa costituivano il fiore all'occhiello per la nostra marineria. La nostra cittadina, che vantava ieri una della quote principali di pesca del pesce azzurro, ora vede ridursi giorno per giorno la propria flotta. La pesca del pesce azzurro è svolta ormai quasi esclusivamente da maestranze di altre regioni e i nostri pescatori hanno ritenuto  più conveniente "emigrare" nel vicino porto di San Benedetto del Tronto.
La pesca ai piccoli pelagici viene svolta da circa 35 natanti (un tempo erano molto di più), mentre le imbarcazioni per la pesca a strascico sono rimaste appena sette. Una di esse, il "Faro" avrà quest'anno il privilegio di ospitare il simulacro della Madonna del Portosalvo durante la tradizionale Processione a mare.
Situazione simile per il settore delle vongolare, dove le imbarcazioni sono passate da 104 a 52 ma almeno qui il dimezzamento è stato compensato da quale buona notizia. Ora infatti il limite minimo di pesca di questi piccoli esemplari è stato portato da  2,5 a 2,2 centimetri. Si è capito, finalmente, che in Adriatico questo mollusco non raggiunge quasi mai misure superiori e quindi era ingiusto imporre limiti così  drastici.
Limitazioni molto più severe invece per la pesca delle altre specie presenti nel nostro mare. Guai infatti a pescare pesce sotto taglia. Stessa sorte per chi viene sorpreso a gettare le reti fuori miglia.  Si rischiano multe salate che possono portare perfino alla sospensione della licenza di pesca,  ormai sempre più una specie di patente a punti, nonché alll'impossibilità di  accesso ad eventuali sovvenzioni.
Insomma, si lamentano i pescatori, c'è troppa rigidità e poca attenzione per la categoria. In passato si è forse ecceduto con l'assistenzialismo e forse si è peccato  troppo in azioni di megalomania. Erano gli anni del boom economico, quando tutto sembrava lecito, perfino costruire motopescherecci con potenza esagerata rispetto alle peculiarità della pesca adriatica. Motori da 2000 cavalli quando ne sarebbero bastati anche solo 500.
Oggi si registra l'effetto opposto: non si investe, non si fa formazione, non si aiutano le nuove società con un credito agevolato preferendo il finanziamento a pioggia . Poi ci si mette anche il mercato, dove i prezzi del prodotto sono rimasti quelli di quindici anni fa mentre i costi aumentano giorno per giorno, da quelli del gasolio alla parte  contributiva e fiscale.
Ed oltre al danno, spesso arriva anche  la beffa. Come nel caso della Fossa di Pomo, un'area marina quasi a metà distanza tra Italia e Croazia. Un'area che dovrebbe, nelle intenzioni della Unione Europea, essere destinata allo studio e alla ricerca e conseguentemente al ripopolamento della fauna ittica e restare  quindi interdetta all'attività peschereccia. Peccato che a rispettare tali vincoli siano solo i nostri, mentre la concorrenza croata continua a pescare quasi indisturbata in questa area.

I marinai oggi chiedono riforme strutturali a medio e lungo termine. Basta con l'assistenzialismo e il pesante regime sanzionatorio. Forse è arrivato il momento di concedere più flessibilità  ad un mondo ed un'attività che l'Italia,  nazione da sempre storicamente marinara, non può permettersi di far scomparire. Sarebbe come perdere un tratto della propria identità.

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